Domenico Bona durante la Seconda Guerra Mondiale.
Domenico Bona, mio nonno, è un uomo incredibile.
Ho sempre preferito “celebrare” piuttosto che “commemorare”, per questo scrivo oggi questo post, senza aspettare che mio nonno passi a miglior vita.
Oggi gli ho fatto visita, l’ho trovato chino nel suo orticello che raccoglieva orgoglioso la lattuga e i pomodori.
Come un libro riposto da anni su una mensola, basterebbe sfogliarlo per scoprirne il contenuto e la sua storia, così mio nonno, comune anziano (con coppola) all’apparenza, ma con una storia incredibile alle spalle.
Perchè vi parlo di mio nonno? Ve l’ho detto, è un uomo incredibile.
Domenico Bona, nato in Sicilia nel 1922, emigrato a Milano nel 1950, è stato un Balilla (premilitarizzazione obbligatoria) durante i primi anni del Fascismo, ha combattuto da bersagliere durante la Seconda Guerra Mondiale (battaglia di El Alamein, Egitto), ha affrontato una ritirata di 4000 km nel deserto, è stato prigioniero degli inglesi in Africa per 3 anni e decorato con la Croce di Guerra al Valor Militare e con il titolo di Cavaliere della Repubblica. Durante la Guerra ha incontrato il Generale Erwin Rommel (La Volpe del deserto) poi Gene Kelly nel campo di prigionia inglese.
Ha lavorato per 40 anni come operaio e successivamente capo squadra presso l’Autobianchi (divenuta successivamente Fiat) di Desio, Milano.
Sempre attivo politicamente ha miliato da giovane nel partito nel Partito Comunista in Sicilia, poi nel Partito Democristiano a Desio durante gli anni 60-70.
Domenico Bona è nato con un solo rene, lo abbiamo scoperto negli anni ’90 durante una visita di routine.
Fascismo, Seconda Guerra Mondiale, emigrazione dal Sud al Nord Italia, Fiat, Partito Democristiano e Partito Comunista – insomma - mio nonno non è un uomo, è un libro di storia italiana moderna.
Oggi ho ritrovato casualmente un articolo che mio nonno scrisse per una rivista militare negli anni ’80, dove riassume la prima notte della Seconda Battaglia di El Alamein (Egitto).
Era il 23 ottobre 1942, mio nonno aveva 20 anni. Ho deciso di condividere questo tragico stralcio di storia con voi.
Nel lontano 23 ottobre 1942 c’ero anche io, giovane bersagliere in forza al 10° BTG. del 7° Reggimento Bersaglieri.
Sono tanti i ricordi di quei giorni: la sete, la fame, il caldo torrido, il freddo pungente e altri infiniti sacrifici che un combattente era costretto a patire nel deserto africano.
Se questi ricordi si possono anche dimenticare cancellati dall’inesorabile trascorrere del tempo, altri ve ne sono sui quali l’oblio non deve nemmeno sfiorarli: lo sguardo pietoso e disperato dei morenti, il lamento dei feriti, i corpi straziati dalle mine e dalle granate… tanti amici scomparsi!
Fra questo turbinio di sentimenti, come in un film, rivedo chiaramente il susseguirsi degli avvenimenti che iniziarono per me in quel 23 ottobre 1942.
Da qualche giorno regnava sul fronte dove eravamo schierati un totale silenzio: non un colpo di cannone, nessuna raffica di mitraglia, nessun rumore d’aereo; sembrava che in quei luoghi non esistesse anima viva e che la guerra fosse solo pura immaginazione.
In noi, però, era palpabile la tensione; capivamo che quella temporanea tranquillità non era altro che il preludio di un poderoso attacco delle truppe inglesi.
Qualche sera prima del 23 il Comandante del Battaglione, Magg. Amodei, ispezionò le linee avvertendoci che il nemico si stava organizzando per una imminente offensiva.Allerta dunque e… occhi aperti!
Alla sera del 23 ottobre, terminato di consumare il rancio, il Serg. Giovanni Maculotti ordinò a me ed al bers. Giovanni Zanetti di montare di vedetta al campo minato, seguendo come traccia un filo appositamente ancorato a terra.
Giunti al posto di vedetta disposto nel mezzo del campo minato, posizionato il mitragliatore sul bordo della buca, mentre il mio compagno si chinava nella buca per accendersi una sigaretta, all’improvviso l’orizzonte si accese di molteplici lingue di fuoco e pochi istanti dopo le nostre linee tremavano sotto i tiri delle artiglierie inglesi.
Non riesco a descrivere quello che successe nei primi istanti, stà di fatto che io ed il mio compagno ci trovammo rannicchiati nella piccola buca sperando che quell’agghiacciante inferno di fuoco si placasse un poco.
Mentre le ore trascorrevano lente e tragiche. l’intensità dei colpi aumentava: proiettili che scoppiavano da ogni lato, mine che esplodevano colpite dalle cannonate nemiche, polvere, fumo, odore nauseante di tritolo, e noi sempre lì, accovacciati in quel piccolo rifugio semicoperti di sabbia e con poche speranze di uscirne vivi.Venne l’alba, i colpi dell’artiglieria diminuirono di intensità.
Dopo esserci liberati dalla sabbia che quasi ci aveva sepolti, scrutammo con ansia l’orizzonte per renderci conto se gli inglesi iniziavano l’offensiva.
Zanetti, il mio compagno di buca, vecchio bersagliere con tanti anni di prima linea, mi rassicurò che per tutto il giorno gli inglesi non avrebbero attaccato quel settore.
Infatti ritornò la calma.
Verso l’alba del 24 notammo che dalle nostre linee avanzava verso di noi una figura non ben definibile che saltando da una buca all’altra (enormi crateri causati dagli scoppi delle granate e delle mine) cercava di evitare i radi colpi dell’artiglieria inglese.
Avvicinandosi sempre di più cominciò a chiamarci per nome e ad agitare le mani in segno di riconoscimento.
Finalmente capimmo che era il nostro Comandante, Ten. Casamassima.
Nel ritrovarci entrambi senza nemmeno una scalfittura fu grande la sua gioia che si manifestò con uno spontaneo abbraccio e tante pacche sulle spalle.
Quei semplici gesti furono come un’inezione di adrenalina, scomparve la stanchezza ed il morale ritornò con la sua stessa intensità di prima: il nostro Comandante non ci aveva dimenticati!I giorni che seguirono dopo quella notte non furono migliori, la battaglia divenne più accanita, ma i Bersaglieri del 7° non cedettero un solo palmo di terreno malgrado la superiorità di uomini e mezzi dell’avversario.
La mattina del 5 novembre venne dato l’ordine di abbandonare le nostre postazioni.
Ebbe inizio la lunga e disastrosa ritirata fino a Maret (Tunisia), dove dopo giorni di duri e sanguinosi combattimenti, accerchiati, senza viveri e munizioni, fummo costretti alla resa, a subire lunghi anni di prigionia. (Domenico Bona)
Soldati italiani, El Alamein.
Leggendo queste parole, ascoltando i suoi racconti e osservando i suoi occhi mentre parla di amici e compagni scomparsi o deceduti, mi chiedo sempre dove abbia trovato il coraggio di tenermi sulle ginocchia per tanti anni, di raccontarmi filastrocche in dialetto siciliano e giocare con me.
Ci sono moltissime cose da raccontare su Domenico Bona, posso ripercorrere la storia italiana attraverso gli occhi di una persona che l’ha fatta e vissuta… sarebbe uno spreco non condividerlo con voi.
Concludo con un piccolo aneddoto questo primo post dedicato a mio nonno:
il 6 giugno 2011 all’età di 89 anni ha avuto un infarto, ma il 13 giugno (una settimana dopo) alle ore 13.00 era al seggio a votare SI ai referendum. Un esempio per tutti.
Voi avete Batman, io ho mio nonno.































































































